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Verso la mente bionica

by Lettere21

E c’è già chi pensa di aumentare le capacità del nostro cervello: Elon Musk, innanzitutto

L’ibrido uomo-macchina è sempre più vicino? Visti i passi da gigante della tecnologia e l’aumento esponenziale delle conoscenze nel settore, forse in un futuro non troppo lontano potremo ricevere innesti di neuroni artificiali per sostituire quelli difettosi a causa dell’invecchiamento o di una malattia neurodegenerativa: mini-reti neurali funzionanti esistono già, come abbiamo visto, ma siamo ancora agli albori delle applicazioni della cosiddetta ingegneria neuromorfica, la scienza che cerca di creare strutture sintetiche che si comportino come le cellule nervose.

VIDEOGIOCARE SENZA MANI

C’è però da scommettere che nei prossimi anni se ne vedranno delle belle, se non altro perché nel settore è entrato da tempo un visionario come Elon Musk con la sua Neuralink: in questo caso però non si tratta di creare neuroni artificiali più simili possibile a quelli umani, ma di innestare nel cranio dispositivi computerizzati in grado di rilevare, amplificare, elaborare i segnali elettrici cerebrali e soprattutto stimolarli, per esempio per far sì che persone paraplegiche o tetraplegiche possano muoversi di nuovo. Obiettivo del chip con gli elettrodi di Musk, grande come una monetina, è anche diventare una vera e propria interfaccia fra il cervello e le macchine per consentirci di controllarle col pensiero: un anno fa ha fatto scalpore la scimmietta Pager che, grazie al dispositivo Neuralink, giocava al videogame Pong senza toccare il joystick, muovendolo con la mente. Va detto che quindici delle ventitré scimmie a cui erano stati impiantati i dispositivi per i primi test sono morte, perciò non sarà facile trovare volontari per le sperimentazioni sull’uomo che l’imprenditore dice di voler avviare entro il prossimo anno.

Musk non è tuttavia il solo ad accarezzare il sogno di restituire capacità di movimento a persone rimaste paralizzate a seguito di traumi attraverso neurostimolatori impiantati nel sistema nervoso: poche settimane fa Grégoire Courtine e Jocelyne Bloch del Swiss Federal Institute of Technology di Losanna, in Svizzera, hanno raccontato sulle pagine di Nature Medicine i successi ottenuti in tre pazienti con lesioni del midollo spinale nella zona toracica. Ai volontari, paralizzati da anni, è stato innestato un dispositivo in grado di stimolare il midollo spinale in maniera leggermente diversa e più selettiva rispetto ad altri tentativi del passato; poi un algoritmo di intelligenza artificiale, tagliato su misura sull’anatomia di ciascun paziente e gestito tramite un tablet, “guida” la stimolazione dei nervi che controllano i muscoli delle gambe in modo che volta impiantato il neurostimolatore, i volontari sono stati subito in grado di muovere i primi passi; nell’arco di sei mesi sono riusciti a camminare, andare in bici e nuotare, sebbene con movimenti non perfettamente naturali. Tuttavia più allenano i muscoli, più i gesti diventano fluidi», racconta Bloch, specificando che ora l’obiettivo è confermare i risultati – ottenuti su pochi casi – in una sperimentazione su un centinaio di persone in partenza entro l’anno.

COME SUPERMAN?

Ma se all’ibrido uomo-computer oggi si pensa soprattutto come una soluzione per aiutare chi ha perso funzioni, il sogno nel cassetto resta quello di “aumentare” le capacità umane e trasformarci in cyborg: secondo alcuni l’uomo si evolverà proprio per diventare un essere potenziato dalla tecnologia e dall’intelligenza artificiale e qualcuno ci ha già provato sulla propria pelle, anche se per ora sempre spinto dalla necessità di superare un problema.

È il caso di Neil Harbisson, artista noto per essere il primo cyborg riconosciuto per legge e attivista per i diritti degli ibridi uomo-macchina con la sua Cyborg Foundation: nato con acromatopsia, una malattia che impedisce di percepire i colori, Neil a poco più di vent’anni ha inventato una sorta di antenna, chiamata eyeborg, in grado di convertire i colori in suoni attraverso un software che correla le onde luminose a quelle sonore. Il dispositivo è stato agganciato in maniera permanente al suo cervello e nel 2014 il Regno Unito, rinnovandogli il passaporto e ammettendo la sua “propaggine” come parte di lui, lo ha ufficialmente riconosciuto come cyborg. Non è l’unico: il documentarista Rob Spence è stato il primo a sostituire un occhio perso in un incidente con una speciale videocamera connessa al cervello e Peter Scott-Morgan, esperto di robotica colpito dalla stessa malattia neurodegenerativa di Stephen Hawking, ha provato a spingersi un po’ più in là sottoponendosi a ripetuti interventi per gestire le limitazioni dovute alla malattia grazie alla tecnologia, nel tentativo di trasformarsi in “Peter 2.0”, dal titolo del libro che ha scritto per documentare il suo percorso.

Scott-Morgan è morto a metà giugno, ma il sogno di aumentare le capacità umane continua a fare proseliti anche fra chi non deve fare i conti con una perdita di funzioni dovuta a malattie o traumi: Musk per esempio non fa mistero che con il suo chip vorrebbe consentirci non solo di comandare uno smartphone col pensiero, se non possiamo farlo con le dita per colpa di una paralisi, ma anche di interagire più rapidamente e profondamente con il Web e qualsiasi computer, per diventare davvero uomini “aumentati” e sempre connessi alla rete. Farneticazioni? Forse, ma a un microchip capace di migliorare ed espandere la memoria umana, come fosse l’upgrade del disco fisso di un computer, sta lavorando anche la Darpa, la divisione di ricerca avanzata del Dipartimento della Difesa statunitense, con finanziamenti da decine di milioni di dollari. Hanno inventato Internet, chissà che il prossimo cyborg non nasca nei loro laboratori.

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