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WOLFPACK, i predoni del mare

by Lettere21

Tra il 1940 e il 1945 i sommergibili tedeschi seminarono il panico nelle acque dell’atlantico affondando centinaia di navi alleate. un successo dovuto alla rapidità d’azione, ma anche a un sistema di comunicazione all’avanguardia

Si chiama “Rudeltaktik”, tattica del branco, e non si sa con precisione chi l’abbia inventata. Ma è certo che già durante la Prima guerra mondiale Karl Dönitz, allora giovane ufficiale della Marina Militare tedesca a capo dei sommergibili, intraprese un’approfondita analisi delle potenzialità relative all’uso offensivo di questi mezzi in gruppo. Divenuto ammiraglio durante la Seconda guerra mondiale, le perfezionò fino a portarle al loro massimo sviluppo.

Il percorso fu però lungo e travagliato. Dall’agosto 1914 al novembre 1918 la prima generazione di U-Boot affondò 5.798 navi mercantili dirette verso la Gran Bretagna portandola sull’orlo della resa per fame. Una situazione drammatica a cui l’Ammiragliato

britannico riuscì a rimediare solo nel 1918 grazie all’adozione dei convogli, “greggi” di navi che viaggiavano assieme in formazione: queste non solo si proteggevano reciprocamente, ma aumentavano anche l’efficacia dei “cani da pastore”, i navigli armati di scorta che difendevano i mercantili dagli attacchi nemici. Un singolo cacciatorpediniere poteva fare la guardia a molte imbarcazioni contemporaneamente; se minacciato, il “gregge” poteva disperdersi in ogni direzione, lasciando poi alla scorta il compito di contrattaccare.

I sommergibili tedeschi di allora erano infatti ancora troppo lenti per riuscire a inseguire le prede in fuga. La soluzione più ovvia al problema dei convogli inglesi era quella di concentrare contro di essi più sommergibili contemporaneamente e da direzioni diverse. Ma anche in questo caso la lentezza dei mezzi, insieme agli oggettivi limiti degli strumenti tecnici di comunicazione che avrebbero dovuto garantire il coordinamento – nonché alla carenza numerica dei sommergibili stessi – rappresentavano per la Marina tedesca ostacoli impossibili da superare. L’analisi di Dönitz si concluse dunque ammettendo che, per il momento, il progetto di un utilizzo offensivo efficace dei sommergibili fosse impraticabile.

L’idea però era nata, e nel periodo tra le due guerre mondiali l’analisi teorica e le esercitazioni pratiche condotte con convinzione dalla Kriegsmarine resero via via il progetto sempre più concreto e realizzabile. Rimanevano alcuni limiti, tecnici e materiali, che si sarebbero potuti superare solo investendo molto tempo e un’enorme quantità di risorse nello sviluppo dell’industria cantieristica tedesca. Lo sforzo fu ripagato: nel suo momento di massima maturazione, la Rudeltaktik, così fu chiamata, si rivelò molto più efficace di un semplice attacco di gruppo condotto da parte degli U-Boot e a farne le spese furono proprio la Royal Navy e la US Navy, nell’Atlantico e nel Mare del Nord, tanto che gli Alleati ribattezzarono la tattica “Wolfpack”, branco di lupi, impressionati dalla ferina efficacia con la quale le formazioni tedesche davano la caccia alle loro prede.

DAL LUPO SOLITARIO AL BRANCO

Nelle fasi iniziali del Secondo conflitto mondiale gli U-Boot pattugliavano il mare come “lupi solitari”. Quando uno di essi individuava un convoglio nemico, trasmetteva subito la segnalazione al Befehlshaber der U-Boote (BdU), il ”comandante in capo dei sommergibili”, il quale a sua volta inviava le informazioni relative all’avvistamento agli altri U-Boot nelle vicinanze, eventualmente con l’ordine di aggiungersi all’attacco.

Questo coordinamento fu operativo a partire dalla fine dell’autunno del 1939. In quei mesi Dönitz, da poco divenuto BdU, non disponeva ancora della flotta oceanica che avrebbe avuto in seguito: il numero degli U-Boot Tipo VII che la Kriegsmarine poteva tenere contemporaneamente in attività non superava la ventina. Le operazioni erano uno sforzo collettivo, ma si declinavano in una serie di attacchi individuali non coordinati tra loro. Non c’era infatti alcun collegamento orizzontale tra gli U-Boot coinvolti, ma ciascuno di essi conosceva il quadro della situazione ascoltando le comunicazioni radio scambiate tra gli altri sommergibili e il BdU. Il “branco” si formava quindi spontaneamente convergendo verso la “preda”, e dopo la conclusione dell’azione si disperdeva immediatamente.

I combattimenti simultanei di un certo numero di sommergibili contro lo stesso convoglio presentavano tuttavia inconvenienti che la Kriegsmarine non poteva sottovalutare. Il più evidente era lo spreco di siluri impiegati nel momento in cui una stessa imbarcazione nemica era fatta bersaglio da più U-Boot contemporaneamente; risultava inoltre difficile registrare con precisione e regolarità i centri ottenuti, e dunque misurare l’efficacia in combattimento delle varie unità impiegate nell’azione.

Dönitz era però pronto a mettere in pratica le proprie intuizioni teoriche, e le prime vittorie tedesche in Europa rappresentarono la svolta di cui aveva bisogno per riuscirci. Dopo la caduta della Francia, a partire dal luglio del 1940, la Germania acquisì infatti preziose basi per gli U-Boot a Lorient, Brest, St. Nazaire e La Pallice/La Rochelle. I tedeschi inoltre allestirono un centro di comunicazioni a Saint-Barthélemy-d’Anjou, capace di garantire le trasmissioni a lunga distanza. L’Oceano Atlantico divenne così più vicino e la capacità di controllo e comunicazione di cui Dönitz necessitava per coordinare efficacemente gli attacchi di gruppo dei suoi sottomarini poteva dirsi concretizzata.

GLI U-BOOT IN FORMAZIONE

Le prime azioni collettive tentate da Dönitz risalivano in verità al giugno del 1940 ed erano state a breve raggio: aveva esordito il gruppo Prien composto da 7 sommergibili, entrato in azione nel sud dell’Irlanda, dove affondò 5 navi per oltre 40mila tonnellate di stazza. Nello stesso periodo, al largo della Spagna occidentale, operò anche il gruppo Rösing, con 5 U-Boot che affondarono altre 4 navi per 18mila tonnellate. Si era trattato però solo di una prova generale. Nel 1941, con i nuovi U-Boot messi a disposizione dai cantieri tedeschi a partire da maggio, i “branchi di lupi” salirono a 26 per balzare a 64 nel 1942: complessivamente il tonnellaggio affondato dagli U-Boot nell’Atlantico passò così dai 2.171.754 del 1941 ai 6.266.215 nel 1942. Una crescita considerevole, ma che fu dovuta non solo all’aumento delle squadre messe in mare dai tedeschi, ma anche all’entrata in guerra degli Stati Uniti, la cui Marina era assolutamente impreparata a contrastare la minaccia subacquea tedesca e ne pagò per intero il prezzo.

Il primo passo verso la formalizzazione degli attacchi a branchi organizzati dalla Kriegsmarine fu l’introduzione dei pattugliamenti in formazione. L’oceano veniva “rastrellato” da un gruppo di sommergibili schierati in linea che procedevano con rotte tendenzialmente parallele tra loro. La distanza tra l’uno e l’altro era pari al doppio dell’ampiezza della visibilità dalla torretta, di norma 8 chilometri: quindi uno spazio di 16 chilometri tra due U-Boot (congiungendo i loro limiti di avvistamento), che almeno teoricamente era in grado di garantire che nessuna nave nemica sarebbe potuta passare inosservata.

Questa linea di pattugliatori avrebbe quindi proceduto navigando in superficie a bassa velocità, orientando la propria rotta direttamente contro quella presunta del convoglio: maggiore era il numero di sommergibili in linea, più ampio sarebbe stato il braccio di oceano perlustrato e quindi anche più alta la probabilità di intercettare il nemico. Quando questo veniva avvistato i pattugliatori si trasformavano in attaccanti, ricalcolando la propria rotta per convergere sulla preda in modo da causare al nemico il maggior numero di perdite possibile. Tutto questo ovviamente in teoria, perché anche se veniva impiegato un grande numero di sommergibili, il minimo errore umano poteva consentire anche ad un grande convoglio di sfuggire all’avvistamento.

Tempeste, banchi di nebbia e correnti, così frequenti nell’Oceano Atlantico, oltre che gli inevitabili errori umani nel calcolo della posizione, potevano infatti facilmente comportare il fallimento di una missione. Quando però gli equipaggi raggiungevano un sufficiente grado di esperienza e di affidabilità, il pattugliamento poteva divenire letale, moltiplicando esponenzialmente l’efficacia dell’opera di coordinamento tra gli U-Boot e il BdU.

LIBERTÀ DI AZIONE

Come si svolgevano in concreto le azioni? Il primo sommergibile della pattuglia in perlustrazione a prendere contatto con il convoglio nemico assumeva il ruolo di “inseguitore”, con il compito di adottare la massima cautela e, contemporaneamente, di riportare la posizione e la rotta del convoglio al BdU. L’inseguitore rimaneva sempre al di fuori della capacità ricognitiva del convoglio, procedendo in immersione durante il giorno e navigando in superficie solo di notte. Ai comandanti veniva comunicato il numero probabile di sommergibili che sarebbe giunto sul luogo dello scontro, ed erano autorizzati ad effettuare segnalazioni per confermare il proprio arrivo.

Quando il numero dei sommergibili riusciti a convergere nell’area era ritenuto sufficiente a sopraffare il nemico, il BdU avrebbe dato il segnale dell’attacco, che di norma sarebbe avvenuto dopo il tramonto, quando l’esile sagoma degli U-Boot rendeva difficile il loro rilevamento. Una volta iniziata l’azione, ogni singolo comandante era libero di usare qualsiasi tattica avesse ritenuto opportuna.

Alcuni colpivano a lunga distanza, al di fuori del perimetro delle scorte, solitamente con una sventagliata di siluri. Altri – come per esempio l’asso Otto Kretschmer – tenendo un rigoroso silenzio radio si dirigevano senza esitazioni nel mezzo del convoglio per compiere vere e proprie stragi del naviglio nemico da distanza ravvicinata.

Qualunque fosse la tattica prescelta, il principio generale restava quello di attaccare di notte e di ritirarsi con la luce, reiterando le offensive per giorni man mano che gli altri sommergibili arrivavano sul posto. L’effetto sorpresa e l’azione coordinata degli U-Boot erano letali: quando una nave militare di scorta inseguiva un U-Boot, un altro approfittava della confusione per attaccare in un luogo diverso, rendendo ancora più drammatica e difficile la difesa del convoglio.

PUNTO DI FORZA O PUNTO DEBOLE?

Il maggio del 1941, come abbiamo visto, fu il mese durante il quale l’ammiraglio Dönitz ebbe finalmente tutti gli U-Boot necessari per organizzare i suoi “branchi di lupi”, ma fu anche quello in cui si verificò l’evento che forse più di ogni altro contribuì a determinarne la sconfitta finale. Il 9 maggio alcuni materiali relativi alla macchina da cifratura tedesca Enigma furono infatti catturati su un sommergibile e consegnati all’Ammiragliato britannico, fornendo un inatteso quanto decisivo apporto a Ultra, la decrittazione dei messaggi in codice tedeschi. Con l’acquisizione di queste preziosissime informazioni, Dönitz giocò a sua insaputa contro gli Alleati una partita a carte scoperte: i loro convogli, conoscendo in anticipo la posizione degli U-Boot tedeschi, potevano infatti cambiare rotta e sfuggire ai cacciatori. Fu proprio il punto di forza della tattica del branco a contenere in sé anche le ragioni della sua sconfitta.

L’elevatissimo numero di comunicazioni radio necessarie a eseguire le azioni (Dönitz era capace di inviare decine di messaggi al giorno ad un singolo sommergibile) rendeva infatti i mezzi individuabili anche senza operare la decrittazione. Gli Alleati installarono sulle loro navi potenti dispositivi HF/DF o “Huff-Duff”: High Frequency Direction Finder, ovvero speciali radiogoniometri che permettevano di determinare la posizione del naviglio nemico e di attaccarlo dal mare e dall’aria.

Nel 1942 vennero colpiti 87 U-Boot, quasi tutti nella seconda metà dell’anno; nel 1943 salirono a 244, rimanendo su questi alti livelli fino alla fine della guerra. Alla fine i branchi di lupi avevano attaccato oltre 650 convogli, affondato 3.500 mercantili, per un totale di 14 milioni e 500 mila tonnellate di naviglio, e 175 navi da guerra subirono la stessa sorte; gli U-Boot finiti sul fondo dell’oceano furono invece 783 e trascinarono con sé circa 30mila dei 40mila sommergibilisti tedeschi, mentre 5mila furono presi prigionieri: un prezzo senza dubbio altissimo.

LA NASCITA DI UNA TATTICA

L’idea di un attacco di gruppo di sommergibili per contrastare i convogli marittimi nacque già durante la Prima guerra mondiale. Vi erano però troppi limiti tecnici e materiali per metterla in pratica: era impossibile tenere i collegamenti tra il quartier generale e i singoli mezzi, e questi oltretutto avevano limitatissime capacità di navigazione oceanica. Con l’introduzione dell’U-Boot Klasse VII, il primo sommergibile progettato per affrontare l’Oceano Atlantico, la Kriegsmarine già nei primi mesi di guerra aveva un mezzo adatto per mettere in pratica l’attacco coordinato di gruppo al quale gli Alleati avrebbero dato il nome di “branco di lupi”. Difettava però nei numeri, e solo a partire dal 1941 l’industria tedesca riuscì a mettere a disposizione della Kriegsmarine un sufficiente numero di U-Boot Klasse VII per “rastrellare” ampi specchi di mare con linee di pattugliatori, alla ricerca dei convogli degli alleati. Questa tattica si rivelò estremamente efficace, ma operando in una sola dimensione, quella sottomarina, alla lunga era destinata inevitabilmente a soccombere contro gli Alleati che erano in grado di operare in modo coordinato anche nelle altre due “dimensioni”: sulla superficie del mare e in cielo.

TATTICA: Branchi di lupi all’attacco

Durante la Seconda guerra mondiale gli attacchi di gruppi di sommergibili tedeschi furono quasi 250, e compresero da un minimo di due a un massimo di 31 natanti: il cosiddetto “Wolfpack” denominato Preussen, che operò tra il 22 febbraio e il 22 marzo del 1944. I mezzi del gruppo navigavano in linea con rotte parallele rastrellando l’Oceano per intercettare un convoglio nemico sulla sua probabile rotta. La distanza tra un U-Boot e l’altro variava a seconda della visibilità, e in condizioni ideali era di 16 chilometri. Mutamenti di rotta anche minimi causati da errore umano o provocati da un cambiamento delle condizioni meteorologiche non adeguatamente compensato potevano però lasciar sfuggire dalla rete tesa dagli U-Boot anche un grande convoglio.

– FASE 1: IL CONVOGLIO VIENE INTERCETTATO

Il primo U-Boot che avvistava il convoglio nemico si metteva subito in comunicazione con il Befehlshaber der U-Boote (BdU), il comandante in capo dei sommergibili, fornendo tutte le indicazioni disponibili: localizzazione e rotta del convoglio, numero dei natanti, consistenza della scorta. Quindi diventava l’”inseguitore”, ossia il sommergibile incaricato di seguire il convoglio mantenendo stretti contatti con la base strategica, in modo che questa potesse trasferire le informazioni agli altri appartenenti al gruppo. L’inseguitore non doveva attaccare il nemico, ma prendere ogni precauzione per non farsi scoprire, rimanendo il più possibile fuori dalla vista, navigando in immersione o durante la notte. Sulla base dei dati forniti il BdU avrebbe calcolato la posizione ideale per l’attacco.

– FASE 2: GLI U-BOOT CONVERGONO SULLA PREDA

Mentre l’inseguitore proseguiva a pedinare il convoglio, il BdU trasmetteva agli U-Boot del gruppo gli ordini relativi alla concentrazione che costituiva la precondizione dell’attacco. Grazie all’inseguitore, le informazioni venivano aggiornate fornendo i cambi di rotta del convoglio, che venivano effettuati proprio per confondere gli eventuali assalitori. L’ordine di attacco sarebbe stato dato quando il BdU avesse ritenuto il numero degli U-Boot concentrati contro il convoglio sufficiente a sopraffare la scorta e a ottenere il massimo bottino di navi da trasporto affondate. Eventuali ritardatari potevano essere impiegati successivamente, perché era normale che un attacco proseguisse per diversi giorni.

– FASE 3: L’ATTACCO

Di norma gli attacchi si svolgevano di notte e quando possibile gli U-Boot muovevano contro il convoglio tenendolo tra sé e la luce lunare: in questo modo le sagome scure delle navi nemiche sarebbero state ben visibili, stagliate all’orizzonte. Al momento dell’attacco, quando i primi siluri colpivano i loro bersagli, sarebbe scattata anche la reazione nemica, ma l’effetto sorpresa poteva essere devastante. La scorta avrebbe tentato di frapporsi tra gli attaccanti e i mercantili, che si sarebbero dispersi dandosi alla fuga, ma il caos che si creava poteva essere senza rimedio. Otto Kretschmer – il comandante di maggior successo della guerra con 47 navi affondate per 274.333 tonnellate – così descrisse il caos creato dal suo attacco a un convoglio: “I cacciatorpediniere hanno perso la testa. Lanciano razzi illuminanti uno dopo l’altro per confortare se stessi e gli altri”.

CHI ERA KARL DÖNITZ

Karl Dönitz divenne Befehlshaber der Unterseeboote (BdU), il Capo dei sommergibili, il 1° ottobre 1939. Il mese precedente, con l’invasione tedesca della Polonia, era iniziata la Seconda guerra mondiale. La Kriegsmarine era stata presa completamente di sorpresa da questa repentina mossa di Adolf Hitler. Il piano di costruzioni navali che essa aveva impostato in previsione di un conflitto, chiamato Piano Z, aveva infatti come orizzonte il 1945, e nel 1939 l’inferiorità della Kriegsmarine rispetto alla Royal Navy britannica era netta e sarà addirittura aggravata dalle perdite che subirà durante l’invasione della Norvegia, tra l’aprile e il giugno del 1940. Tutto il peso delle operazioni navali tedesche cadde così per forza di cose sulle spalle – capaci, ma non onnipotenti – dei sommergibili, e Dönitz fu indubbiamente il miglior regista su cui la Germania avrebbe potuto contare. Al di là del ruolo che ebbe nella elaborazione della tattica del “branco di lupi”, infatti, si devono in misura ancora maggiore sottolineare le sue capacità organizzative e di leader, che resero gli equipaggi dei sommergibili tedeschi una forza perfettamente addestrata, animata da un altissimo spirito di corpo, straordinariamente efficace.

IL SOMMERGIBILE U-BOOT-KLASSE VII

L’U-Boot Tipo VII fu il sommergibile più impiegato nei “branchi di lupi” protagonisti della Battaglia dell’Atlantico. Il Tipo VII si basava su precedenti progetti di sommergibili tedeschi risalenti alla Prima guerra mondiale: il Tipo UB III, e in particolare sul tipo UG, poi cancellato proprio perché superato dalla Klasse VII. I progetti furono realizzati dalla società fantasma olandese Ingenieurskantoor voor Scheepsbouw Den Haag: era stata creata dai Servizi Segreti tedeschi dopo la Grande Guerra per mantenere e sviluppare la tecnologia sommergibilistica tedesca aggirando le stringenti limitazioni stabilite dal trattato di Versailles. Il naviglio veniva poi costruito in cantieri sparsi per il mondo. I sommergibili Tipo VII furono i più impiegati durante la guerra e costituiscono anche la classe di sommergibili più prodotta nella storia, con 703 imbarcazioni varate, seppure con diverse modifiche.

IL SOMMERGIBILE U-BOOT-KLASSE XXI

L’U-Boot tipo XXI (conosciuto anche come “Elektroboote”) entrò in servizio solo pochi giorni prima della fine del conflitto ma rappresentò una vera e propria rivoluzione nel campo del naviglio sommergibile da guerra. Fu la classe di sommergibili tecnologicamente più avanzata della Seconda guerra mondiale e può essere considerato il progenitore dei moderni sottomarini: diversi sommergibili realizzati nel dopoguerra dalle maggiori potenze mondiali, e in particolare dagli Stati Uniti d’America, furono infatti sviluppati proprio a partire dallo studio degli esemplari catturati nelle basi tedesche. Derivato dal tipo XVIII, l’U-Boote tipo XXI grazie allo scafo fortemente idrodinamico e alle potenti batterie elettriche ad alta capacità riusciva ad operare stabilmente in immersione, piuttosto che come un battello di superficie che si immergeva solo temporaneamente per non essere individuato o per sferrare un attacco.

LA SECONDA PEARL HARBOR AMERICANA

Con la dichiarazione di guerra di Germania e Italia contro gli Stati Uniti del dicembre del 1941, a seguito dell’attacco giapponese a Pearl Harbor, gli U-Boot tedeschi furono liberi di attaccare senza restrizioni il naviglio americano. La US Navy, nonostante i due anni trascorsi dall’inizio della guerra e la possibilità di attingere alle esperienze britanniche, si fece trovare completamente impreparata, subendo perdite ingentissime. Per i cinque sommergibili U-Boot Klasse IX nella prima ondata d’attacco, denominata Operazione Paukenschlag (“colpo di timpano”), fu una specie di tiro al piccione. Navigavano lungo la costa in immersione durante il giorno per operare in sicurezza ed emergevano di notte dando la caccia al naviglio mercantile le cui sagome si stagliavano nitidamente grazie alle luci delle città. Reinhard Hardegen, comandante dell’U-123, affondò sette navi per un totale di 46.744 tonnellate e dovette tornare alla base avendo esaurito i siluri. Ernst Kals (U-130) ne affondò sei per 36.988 tonnellate; Robert-Richard Zapp (U-66) cinque per 33.456 tonnellate, Heinrich Bleichrodt (U-109) quattro per 27.651 tonnellate. Infine Ulrich Folkers (U-125) alla sua prima azione affondò solo una nave da 6.666 tonnellate, subendo una severa reprimenda da Dönitz. Quando questa prima ondata di U-Boot tornò in porto all’inizio di febbraio, Dönitz scrisse che ogni comandante “aveva avuto una tale abbondanza di possibilità di attacco che non poteva in alcun modo sfruttarle tutte: a volte c’erano fino a dieci navi in vista, con tutte le luci accese sulle normali rotte dei tempi di pace”. Dopo le successive altre due ondate, i sottomarini dell’Asse avevano affondato 609 navi per 3,1 milioni di tonnellate, provocando anche la morte di migliaia di marinai avversari.

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