L’oppio dei popoli

Per parlare con gli dèi, vincere il dolore, darsi coraggio e tranquillizzare le masse. Viaggio alla scoperta delle droghe naturali più diffuse nel passato

Nell’Odissea Omero racconta che Elena, regina di Sparta, per placare la disperazione di Telemaco – giunto in cerca di notizie del padre Ulisse – scioglie nel vino un farmaco, il nepente, “contrario al pianto e all’ira”. Una pozione simile a quella che, sull’isola di Eea, la maga Circe versa nelle coppe di Ulisse e dei suoi compagni per ottenere “l’oblio della madrepatria”. L’ingrediente magico di quei “possenti succhi” arrivati dall’Egitto non è un segreto: si trattava dell’oppio. Cioè di quelle “lacrime del papavero nero” che, già nel 1552 a.C. il Papiro Ebers, di argomento medico, prescriveva ai neogenitori: “Mescolate i grani con escrementi di mosca […] setacciate e somministrate per quattro giorni: le grida dei bambini cesseranno subito”.

La scoperta umana delle droghe naturali, però, risale ancora più indietro, agli inizi della civiltà. Spiega lo storico della medicina Gilberto Corbellini: «Fin dal Paleolitico i nostri avi hanno tratto beneficio dalle sostanze neurotossiche prodotte in natura a difesa da parassiti e predatori». In che misura ne fecero uso dipendeva dalla disponibilità in natura e dal contesto.

ESTASI DIVINE. Reperti e fossili dimostrano che già l’uomo di Cro-Magnon, vissuto 30mila anni fa, conosceva il papavero da oppio. Inebriarsene era il modo con cui sciamani e stregoni si mettevano in contatto con gli spiriti. Alcuni bassorilievi sumeri risalenti alla Mesopotamia (attuale Iraq) del 3400 a.C. ritraggono il fiore tra le mani di sacerdoti; e tavolette di argilla cuneiforme emerse nella città di Uruk, tra le più antiche del mondo, definiscono il papavero Hul Gil, “la pianta della gioia”. Né mancano prove di altri “sballi”: durante i riti segreti di iniziazione ai misteri eleusini, celebrati ogni anno a Eleusi (Grecia) in onore della dea Demetra, gli adepti bevevano una pozione sacramentale (detta kykeòn) a base di estratto di un fungo allucinogeno, l’ergot, precursore dell’Lsd (sostanza psicotropa sintetizzata nel 1943).

Non era infine un segreto l’usanza orientale di consumare la Cannabis sativa. Nel IV libro delle sue Storie Erodoto (V secolo a.C.) descrive il rito di purificazione dei cavalieri nomadi sciti del Mar Nero: “Gli Scythi prendevano i semi della canapa e li gettavano su pietre roventi, dove essi bruciavano. Poi aspiravano il fumo che si sprigionava e per l’eccitazione ululavano di gioia”.

CONTRO IL DOLORE. «Nel mondo grecoromano nessuna droga ebbe popolarità paragonabile a quella dell’oppio», ha scritto il filosofo Antonio Escohotado (1941-2021) nel libro Piccola storia delle droghe. Dall’antichità ai giorni nostri (Donzelli): «Fu Ippocrate di Coo, il padre della medicina vissuto nel IV secolo a.C., a coniare il termine “oppio” (da opòs mekonos, “succo di papavero”) e a prescriverlo come antidolorifico. E se l’illustre botanico Dioscoride Pedanio, vissuto nella Roma del I secolo, insegnò a estrarlo (“Taglia leggermente con un coltello la parte superiore della pianta […]. Quando il liquido fuoriesce, strofinalo con un dito su un cucchiaio”), l’ancora più famoso Galeno di Pergamo, medico di corte dell’imperatore Marco Aurelio – dipendente dall’oppiacea “triaca” (theriaka) per problemi di insonnia – distingueva in chiave terapeutica l’Opium Thebiacum, egiziano, e l’Opium Cyrenaicum, giunto dalla Libia».

Persino nell’antica Roma esisteva già un fiorente traffico internazionale di droga, per giunta legale, come ha ricostruito Escohotado: «In età imperiale l’oppio fu un bene a prezzo controllato: nell’anno 301 un editto di Diocleziano fissò il modius castrensis (un vaso da 17,5 litri) in 150 denari, mentre un chilo di cannabis, a prezzo libero, costava 80 denari. Il giro d’affari costituiva il 15% delle entrate dell’impero».

L’ERBA DELLE STREGHE. L’assenza di scrupoli morali dell’Impero romano in fatto di uso di stupefacenti si dissolse come neve al sole con l’avvento dei valori del cristianesimo. Malattia e dolore erano diventati segni della volontà di Dio e contrastarli equivaleva a bestemmiare. Secondo un editto del re franco Childerico (circa 436-481) l’uso di “piante diaboliche” era un tradimento alla fede cristiana, mentre un’ordinanza di Carlo Magno (742-814) definì l’oppio “opera di Satana”.

Visto che persino i cavalieri crociati rimasero colpiti dall’efficacia della medicina araba, generosa dispensatrice di erbe psicoattive, le autorità imposero un doppio standard: “no” agli usi superstiziosi, “sì” a quelli medici. Fu così che sotto forma di oli, pomate o spugne “soporifere” (nate per usi chirurgici ma spesso usate per derubare i pellegrini), oppio e piante solanacee furono prescritte contro ogni malattia, sifilide e peste incluse. Finché l’Inquisizione, sospettandone le proprietà sataniche, ne associò l’uso alle streghe:“Ungono un bastone e lo cavalcano fino al luogo designato”, scrisse il teologo Jordanes de Bergamo nel 1470, vietando queste erbe, con minacce di tortura e pena capitale.

DALL’HASHISH ALLA COCA. Testimonial nell’Oriente musulmano del consumo voluttuario di hashish (“erba” in arabo), forse collegato al divieto religioso al consumo di alcol, fu la setta ismailita dei Nizariti o haschaschin, (“consumatori di hashish”, da cui deriva la parola “assassino”) fondata nel 1090, i cui adepti si stordivano di oppiacei prima delle loro missioni omicide. Secoli dopo, nel corso della Campagna d’Egitto (1798-1801) Napoleone tentò – invano – di proibire ai soldati “le bevande o fumo di quella sostanza che alcuni musulmani preparano e che fa perdere la ragione”. Sostanza che, ovviamente, sbarcò in Francia insieme alle sue truppe.

Tre secoli prima la scoperta dell’America fece conoscere agli europei le proprietà euforizzanti di altre sostanze, quelle del Nuovo Mondo, usate per millenni dalle civiltà precolombiane. I tre esempi più famosi sono il fungo messicano teonanacatl (“dio fungo” in lingua Nahuatl), il cactus sacro peyote (“pane degli dèi”) e la pianta hoja de coca, che gli spagnoli distribuivano agli indios nelle miniere d’argento del Perù visto che, notò il missionario spagnolo Tommaso Ortiz, masticandola, gli indigeni “resistevano alla fatica e alla fame per giorni”.

PAZZI PER IL LAUDANO. Dopo l’uso medico, religioso e magico del passato, fu paradossalmente l’Età moderna a vedere affermarsi gli stupefacenti di massa. «Colpa di un “effetto domino”», spiega Corbellini. «Mentre nelle società antiche l’assunzione di droghe era regolata da contesti che prevenivano abusi su larga scala, nei secoli successivi alcuni cambiamenti facilitarono gli eccessi». La prova? Il “boom” del laudano, medicina a base di vino e oppio inventata nel 1541 dall’alchimista svizzero Paracelso. Grazie al passaparola, in due secoli passò da farmaco quotidiano delle famiglia reali a tranquillante per operai. Ogni sabato pile di bottigliette attendevano nelle farmacie di essere vendute ai lavoratori usciti dalle fabbriche. «Il consumo di massa fu una conseguenza indiretta della Rivoluzione Industriale», precisa Corbellini. «Molte persone vivevano in condizioni di disagio e l’offerta di prodotti che facevano sentire bene trovò terreno fertile». Spesso con esiti drammatici. «Nelle aree industriali la mortalità infantile da oppio era più alta perché le famiglie lo davano ai bambini. Le due preparazioni pediatriche più micidiali dell’epoca vittoriana si chiamavano Dalby’s Carminative e Godfrey’s Cordial, detto “l’Amico della Mamma”».

TOSSICODIPENDENZA. La spirale che seguì fu inarrestabile. «Nel XIX secolo cominciarono a scomparire i confini tra l’uso terapeutico dell’oppio e quello per procurarsi una sensazione di benessere», ha scritto il chimico Matthias Seefelder (1920-2001) nel libro Oppio. Storia di una droga dagli egizi ad oggi (Garzanti).

La pubblicazione delle Confessioni di un mangiatore d’oppio (1821) dello scrittore Thomas De Quincey, laudano-dipendente (con dosi fino a 10mila gocce al giorno), risuonò come un inno alla droga: “La felicità si può comprare con pochi soldi e portarla nel taschino del panciotto”. Paradossalmente, la spinta all’escalation arrivò da due conquiste del progresso: l’invenzione della siringa ipodermica di Petite Pravaz, nel 1835, e l’isolamento dei principi attivi vegetali che portò alla sintesi di morfina (1805), cocaina (1860), eroina (1883) e mescalina (1896), fino a dieci volte più potenti delle versioni naturali.

Iniziò così a serpeggiare il timore del pericolo sociale rappresentato dalla tossicodipendenza. Scriveva l’antropologo Cesare Lombroso nel suo libro L’uomo delinquente (1876): “I morfinomani hanno una perdita del senso morale quanto maggiore è la dose […]. Uno taglia il capo di un compagno credendo di ferire un porco”. Così, per fermare l’emergenza droga, l’Italia fascista varò la prima legislazione repressiva (legge n° 395 del 1923), condannando venditori abituali di cocaina, morfina, derivati e “sostanze velenose che in piccole dosi hanno azione stupefacente” alla reclusione “da due a sei mesi” e alla multa “da mille a quattro mila lire”. Ma era già troppo tardi.

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