L’uomo che decifrò l’egizio

Esattamente 200 anni fa, il geniale CHAMPOLLION decifrò la Stele di Rosetta e risolse il mistero dei geroglifici: un’impresa tutta da raccontare

Mettete la giusta colonna sonora, quella di Indiana Jones, e preparatevi a versare qualche lacrima per la breve e avventurosa storia dell’uomo che, esattamente duecento anni fa, diede voce all’Egitto degli antichi faraoni: Jean-François Champollion (1790-1832), il decifratore dei geroglifici. Il suo nome è indissolubilmente legato alla Stele di Rosetta e alla sua iscrizione trilingue, che lo aiutò a scoprire il codice di decrittazione dell’antica lingua scritta egizia. Ma la lastra mutila di granodiorite è solo uno dei pezzi del puzzle a tema orientale che fu la vita del geniale studioso.

ENFANT PRODIGE. Con una premessa del genere, non si può non partire dalla leggenda: si dice infatti che l’ultimo dei sette figli di Jacques, libraio di Figéac (Francia Nord-orientale), fosse venuto al mondo con le iridi gialle e il colorito scuro tipico degli abitanti del deserto, presagio del suo futuro intenso legame con l’Egitto. Ma pure fosse nato con l’ittero, certo è che quel bambino si dimostrò precocissimo e dotato di una memoria fuori dal comune. Perciò, a otto anni, venne reclamato a Grenoble dal fratello maggiore, lo storico Jacques-Joseph, che lo prese sotto la sua ala “educatrice”.

Era il 1798. Proprio nello stesso anno, Napoleone Bonaparte si imbarcò per l’Egitto con soldati e studiosi: i primi per sottrarre quelle terre agli Ottomani e colpire il dominio britannico nel Mar Mediterraneo, i secondi per catalogare le meraviglie del Paese dei faraoni. L’effimera conquista militare si concluse nel 1801, con la sconfitta francese, ma da un punto di vista archeologico la spedizione produsse risultati culturali duraturi e due elementi che diedero una svolta alla vita di Champollion: la Stele di Rosetta (rinvenuta nell’omonima città portuale, il 15 luglio 1799, da un soldato napoleonico) e la prima edizione della Description de l’Égypte pubblicata nel 1803 dagli studiosi al seguito della spedizione.

POLIGLOTTA. Il volume, insieme ai reperti giunti dall’Africa, scatenò l’interesse per le antichità egizie in tutta Europa e, più nello specifico, in un certo ragazzino prodigio di Figéac. Lo stesso che, l’anno prima, aveva vissuto il suo primo colpo di fulmine coi geroglifici, di fronte alle misteriose iscrizioni osservate sui reperti della collezione privata di un membro della spedizione napoleonica: “Io le leggerò! Fra qualche anno, quando sarò grande, le leggerò!”, aveva dichiarato serio. E gli amori giovanili, si sa, non si dimenticano.

All’epoca, il dodicenne aveva già cominciato a mettere a frutto le sue innate doti di linguista: al liceo era partito con il latino, il greco e l’ebraico, quindi si era cimentato con l’arabo, il siriaco, le lingue slave in cirillico, il caldeo, l’etiopico e il copto (che lui stesso, a 17 anni, riconobbe come la lingua diretta discendente dell’antico egizio). Infine si trasferì a Parigi per un anno, per perfezionarsi alla Scuola speciale delle lingue orientali e lì completò il suo bagaglio di parlate impossibili con l’avestico, il sanscrito, il persiano e un po’ di cinese. Risultato: al suo ritorno, non ancora diciannovenne, venne nominato assistente alla cattedra di Storia dell’Università di Grenoble. Ma non lasciò perdere i geroglifici: “Mi dedico interamente al copto. Voglio sapere l’egiziano come il mio francese, poiché sono certo che su questa lingua sarà basato il mio grande lavoro sui papiri egizi”, scrisse al fratello in quel periodo. Naturalmente, ci aveva visto giusto. Ma come riuscì, là dove per decenni gli altri avevano fallito? La risposta è semplice: applicando le sue conoscenze alla stele rinvenuta a Rosetta, che aveva visto in copia già nel 1808.

LA STELE. L’iscrizione sulla pietra, incompleta e in caratteri piccoli come le clausole di un contratto dell’Enel, era stata scalpellata nel 196 a.C., in tre diverse grafie: quella greca classica (la lingua della dinastia regnante, i Tolomei), il demotico (la scrittura quotidiana e popolare della lingua egizia) e il geroglifico (i “segni sacri incisi” usati dai sacerdoti della Terra dei faraoni). Che si trattasse di un decreto emanato dai sacerdoti egizi riuniti a Menfi, l’antica capitale dell’Egitto, per celebrare il neo-incoronato tredicenne faraone Tolomeo V Epifane, era ormai noto. Ma per gli studiosi non contava tanto ciò che diceva la stele, quanto il fatto che lo ripetesse tre volte, in tre lingue diverse. E che una di queste, il greco, fosse comprensibile.

Per anni Champollion provò a risolvere il mistero su cui ormai mezza Europa si stava scervellando: scoprire il significato di tutti quei disegnini che dal V secolo d.C. nessuno capiva più. Nel frattempo, arzigogolato proprio come i segni che tentava di decifrare, il filo della sua vita si dipanava fra l’incontro con Napoleone, che affascinò con le sue ricerche (1814), il matrimonio con Rosine Blanc (1818) e gli sgambetti degli anziani colleghi invidiosi, culminati con l’allontanamento dall’università per le sue idee politiche (1821). “Quando si chiude una porta, si apre un portone”, si dice. E fu così.

«Congedato come professore, tornò a Parigi, dove iniziò il lavoro finale sui geroglifici. In questo particolare momento della sua esistenza, dopo le angustie e le pubbliche vessazioni subite, la decifrazione divenne per lui l’unico strumento per mostrare le sue capacità e per comprendere appieno il significato della civiltà egizia», racconta l’egittologo Giacomo Cavillier, nel suo saggio Champollion in Egitto. Diario di una spedizione scientifica (1828-1829), edito da Kemet.

ECCO LA CHIAVE! Finalmente, il 14 settembre 1822, lo studioso balzò sulla sedia ed esclamò incredulo: “Ce l’ho fatta! Ecco la chiave…!”. Poi svenne. Qual era questa chiave? Era partito dal nome del sovrano, il faraone Tolomeo, facile da individuare perché contenuto nei “cartigli”, gli “ovali” che compaiono nelle iscrizioni egizie, e aveva poi esteso il metodo ai nomi dei faraoni presenti nel testo bilingue (greco e geroglifico) dell’obelisco trovato a File, sul Nilo. Così, dal confronto col greco, riuscì a individuare il valore di molti segni.

Meno di due settimane dopo quel balzo sulla sedia, lesse ai colleghi la famosa Lettre à M. Dacier, con cui informava della sua scoperta il segretario dell’Académie des Inscriptions et Belles-Lettres di Parigi. “Si tratta di un sistema complesso, di una scrittura allo stesso tempo figurativa, simbolica e fonetica di uno stesso testo, di una stessa frase, direi quasi di ogni singola parola”, spiegò Champollion. Ma che cosa voleva dire esattamente? Che un geroglifico è un po’ come un rebus: ogni disegno può significare ciò che rappresenta (valore pittografico), una consonante o gruppi di consonanti (valore fonetico) o una parola diversa a seconda del contesto in cui è inserita (valore ideografico). Un esempio? Il segno dell’anatra, presente in diverse iscrizioni, significa effettivamente “anatra”, ma simboleggia anche la parola “figlio”, se associata al Sole come epiteto di un faraone, e il suono fonetico “sa”, che può servire a scrivere vocaboli che nulla hanno a che vedere con lo starnazzante pennuto.

Da quel momento, Champollion dedicò i 10 anni che lo separavano dalla morte a trovare, visitare e studiare collezioni egizie in tutta Europa, per testare il suo metodo e arricchire e perfezionare il vocabolario. «La possibilità di decifrare la scrittura geroglifica aprì allo studioso illimitate occasioni di ricerca e di contatti con i più importanti circoli intellettuali del tempo, con le direzioni dei musei e con facoltosi mecenati», nota Cavillier. Così che, mentre la moglie metteva al mondo la loro unica figlia, Zoraide, nel 1824 Champollion partoriva la sua prima vera trattazione sulla decifrazione e sulla grammatica dei geroglifici: il Resoconto del sistema geroglifico degli antichi Egizi. Non solo. Per due anni, selezionò e acquistò reperti fra Torino, Firenze e Livorno, mettendo insieme il primo nucleo della nuova sezione egizia del Louvre, di cui fu poi nominato conservatore, e accumulò conoscenze adeguate a rendere realtà il suo sogno: una spedizione scientifica in Egitto, patrocinata dal re di Francia e dal granduca di Toscana, diretta insieme a Ippolito Rosellini, giovane professore di Lingue orientali all’Università di Pisa.

IN EGITTO. Il 16 luglio 1828, alle sei di pomeriggio, Champollion partì da Parigi: vi avrebbe fatto ritorno un anno e mezzo più tardi, dopo aver girato l’Egitto a dorso di mulo, esplorato la Valle dei Re e seguito il corso del Nilo fino all’invalicabile seconda cateratta (nell’odierno Sudan). Da qui, il 1° gennaio 1829, scrisse a Dacier: “Ora sono veramente fiero di poter dire che […] non c’è nulla da modificare nella nostra Lettera sull’alfabeto dei geroglifici. Il nostro alfabeto è valido: esso si applica con uguale successo tanto ai monumenti egizi del tempo dei Romani e dei Lagidi, quanto […] alle iscrizioni di tutti i templi, palazzi e tombe delle epoche faraoniche”.

Ma tanta devozione alla causa minò la sua salute: l’uomo che il 6 dicembre 1829 lasciò l’Egitto con più di 20 casse colme di antichità e preziosa documentazione era molto malato. Riuscì a godersi solo per un anno scarso il massimo onore accademico mai ricevuto: la cattedra di Archeologia egizia creata per lui dal re Luigi Filippo al Collège de France di Parigi. Da vero eroe della cultura, affrontò nell’aula universitaria due sincopi. E alle due di notte del 4 marzo 1832, a soli 41 anni, lasciò che il dio Anubi prendesse per mano la sua anima.

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