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Sono davvero i nostri migliori amici

by Lettere21

Aumentano la qualità della nostra vita rendendoci più sereni, più capaci di scambiare sentimenti e persino più sani. Non è solo un’opinione comune. Lo dice anche la scienza, che spiega perché ci affezioniamo tanto a creature così diverse da noi

Il saluto tra Sheila, 77enne malata terminale di cancro, e il suo cavallo Bronwen ha commosso milioni di persone appena pochi mesi fa, quando la loro storia ha attraversato i social network ed è stata riportata dai media di mezzo mondo. Sheila sapeva che ormai le rimanevano poche ore di vita e così ha chiesto alle infermiere del Royal Infirmary di Wigan, l’ospedale del Nord dell’Inghilterra in cui era ricoverata, di esaudire il suo ultimo desiderio: rivedere ancora una volta il suo amato Bronwen, lo stallone di 25 anni che aveva accudito fin da quando era un puledrino e con il quale aveva stretto un legame fortissimo, speciale anche rispetto agli altri cinque cavalli, ai tre cani e ai due gatti con cui viveva. Quando i due amici si sono incontrati nel cortile dell’ospedale tra la folla di cronisti accorsi a registrare l’evento, il gesto di Bronwen di avvicinarsi e di strofinare delicatamente il muso sulla guancia dell’anziana amica è sembrato a tutti un tenerissimo bacio. Un ultimo gesto di amicizia e di riconoscenza verso chi ha condiviso con te una vita di affetti e di attenzioni. Ma è davvero possibile che un cavallo mostri attaccamento verso una persona?

L’etologa Carol Sankey dell’Università francese di Rennes e autrice di una ricerca pubblicata su Animal Behavior ha osservato che in effetti i cavalli sono dotati di una memoria straordinaria, sanno riconoscere una persona dopo anni di separazione, comprendono il significato di molte nostre parole meglio di quanto si pensasse e possono ricordare la soluzione di problemi complessi anche a distanza di oltre dieci anni. Test sul quoziente intellettivo, sulle capacità di memorizzare, di riconoscere suoni o immagini sono stati fatti anche su cani, elefanti, scimmie, delfini, uccelli con risultati sorprendenti. A mano a mano che gli studi sul comportamento animale avanzano, dunque, le distanze tra noi e loro sembrano diminuire.

Cani e gatti comprendono in media il significato di almeno 50 parole, ma i ricercatori del Wofford College di Spartanburg nel South Carolina (Usa) hanno riscontrato in Chaser, una femmina di Border Collie, la capacità di identificarne fino a 1.022. Più di recente, alcuni studiosi ungheresi hanno addirittura calcolato che mentre ascolta la voce di un uomo, il cane impiega il 13 per cento dell’area del cervello deputata all’ascolto; certo non è molto se confrontato al 39 per cento utilizzato per l’ascolto di altri cani, ma tuttavia dimostra come il cane sia capace di concentrarsi sulla nostra voce, nonostante il suo modo di comunicare sia basato soprattutto sulle posture del corpo. E che dire di tutte quelle manifestazioni di gioia, riconoscenza, fedeltà, altruismo, amicizia osservate in decine e decine di specie, soprattutto tra quelle che hanno abitudini sociali, come elefanti, delfini, lupi, uccelli, scimmie?

Ci fanno del bene

Non basta. Vivere con un animale ci fa stare meglio e ci fa ammalare meno. Persino i risultati clinici ottenuti con la pet therapy, la terapia riabilitativa condotta con il supporto degli animali, conferma i benefici dati dalla vicinanza e dal contatto di cani, cavalli e coniglietti. Prendersi cura di un animale, occuparsi del suo benessere e provare un sentimento di affetto nei suoi confronti rinforza positivamente la capacità di sviluppare relazioni sociali in bambini e adolescenti, soprattutto in una società come la nostra basata sulla competizione. Inoltre, la relazione con un animale pone il bambino nella posizione di confrontarsi con “il diverso”, lo stimola e capire linguaggi comunicativi differenti e gli apre interessanti prospettive su nuovi punti di vista.

Dunque la presenza di un animale migliora la nostra vita. Ma che cosa ci spinge davvero a interagire con creature così diverse? O meglio, perché a un certo punto della nostra storia evolutiva, noi umani abbiamo sentito il bisogno di stringere un legame di amicizia con un animale, ad esempio come è avvenuto con il cane 12-14mila anni fa? L’economista americano Jeremy Rifkin, autore del libro La civiltà empatica, afferma che alla base di tutto ciò ci sia l’empatia, ovvero «quella naturale abilità umana di provare solidarietà verso gli altri e anche verso gli amici animali».

È l’empatia che permette alla nostra sensibilità di allinearsi a quella altrui, compresa quella di un cane che ci chiede di giocare, di un gatto che ci fa le fusa o di un delfino che invoca il nostro aiuto.

Colpa dei neuroni specchio

E dove nasce l’empatia? È una domanda alla quale per ora la scienza non sa dare una risposta precisa. Tuttavia alcuni studiosi, Rifkin compreso, ritengono che possa essere in qualche modo associata all’esistenza dei “neuroni specchio”. Essi sono una speciale classe di neuroni localizzata nell’area motoria della corteccia cerebrale dell’uomo e anche di alcuni primati, di uccelli e probabilmente di molte altre specie.

La scoperta dei neuroni specchio ha aperto straordinari scenari sui processi di apprendimento e di socializzazione non solo dell’uomo. Si attivano in egual misura sia compiendo un’azione sia osservando qualcun altro compiere il medesimo gesto. Ad esempio, la vista di un ragno che cammina sul braccio di una persona ci fa venire i brividi proprio come se la bestiaccia camminasse sul nostro stesso braccio. Anche osservare qualcuno che si arrabbia o che piange o che ride, attiva i neuroni a specchio facendoci provare le medesime emozioni. Sembrerebbe quindi che siamo programmati per sentire i sentimenti altrui, per socializzare e per provare empatia. Abbiamo una naturale attitudine a empatizzare e ciò ci spinge a voler bene anche a un gatto o un cane. Nulla esclude che anche loro possano nutrire lo stesso sentimento verso di noi.

LA VERA AMICIZIA SALVA LA VITA E DURA PER SEMPRE

Masha è una cagnolina che da oltre un anno aspetta di rivedere il suo padrone morto dopo un ricovero. Ogni giorno si reca presso l’ospedale di Novosibirsk, in Russia, dove l’anziano signore con cui viveva era stato portato d’urgenza. La sua storia ricorda quella di Tommy, il cane che nel 2013 ha commosso la comunità di San Donaci, in provincia di Brindisi, per essersi recato ogni giorno nella chiesa di Santa Maria degli Angeli, dove era stato celebrato il funerale della padrona. La fedeltà di questi cani riporta alla mente quella di Hachiko, raccontata anche nel film con Richard Gere, il cane di razza Akita che negli anni 30 commosse il Giappone per essersi recato ogni giorno per oltre dieci anni ad aspettare il padrone, deceduto prematuramente, fuori dalla stazione dove lo attendeva di ritorno dal lavoro.

Davide Cece, 14 anni, era caduto in mare nelle acque di Manfredonia, in provincia di Foggia, senza saper nuotare. È stato allora che il delfino Filippo ha sollevato il ragazzo spingendolo fuori dall’acqua e portandolo verso la barca da cui era scivolato. In altri casi si sono visti delfini chiedere aiuto all’uomo. Come è accaduto nel 2013 al largo delle coste delle Hawaii, dove un gruppo di sommozzatori è stato affiancato da un delfino con una pinna immobilizzata da una lenza. Il cetaceo ha aspettato che un sommozzatore lo liberasse dal fastidioso legaccio e poi se ne è andato via. I delfini sono socievoli, hanno un’ottima memoria, imparano facilmente e sanno risolvere problemi di logica. Inoltre possiedono una forma di linguaggio molto articolata e complessa. Caratteristiche che li rendono molto simili a noi.

Il pappagallo Willie è divenuto famoso nel 2009, quando in una casa di Denver (Colorado, Usa) ha salvato la vita al suo padroncino di 2 anni. Mentre la baby sitter era in bagno, il piccolo stava rischiando di soffocare per via di un boccone che gli era andato di traverso. Allora Willie ha iniziato ad agitare le ali e a urlare “mama, baby” fino a quando la baby sitter è uscita dal bagno e ha praticato la manovra per liberare le vie respiratorie del bambino ormai cianotico. Che i pappagalli abbiano capacità comunicative eccezionali lo si sapeva da tempo. Celebri gli studi degli anni 70 della statunitense Irene Maxine Pepperberg sul suo cenerino Alex, che dimostrò capacità paragonabili a quelle di un bambino di 5 anni. Aveva un vocabolario di oltre 100 parole, riconosceva 7 colori, contava sino a 6, identificava oltre 50 oggetti, riuscendo a distinguere tra legno, plastica, metallo e carta, e aveva chiaro i concetti maggiore-minore, davanti-dietro. I pappagalli capiscono le parole dell’uomo e sanno riusarle con consapevolezza. Infatti, quando la ricercatrice salutava Alex dicendo «Vado via», lui rispondeva «Sono spiacente».

Il gorilla Kwibi è cresciuto all’Howletts Wild Animal Park in Inghilterra, dove per cinque anni è stato accudito con amorevole cura da Damian Aspinall, fondatore della Aspinall Foundation, fondazione che si occupa della reintroduzione dei gorilla in libertà. Dopo che Kwibi era stato portato in una riserva naturale in Africa, Damian ha voluto cercarlo. Il video che ritrae il loro incontro è commovente. A distanza di oltre cinque anni è bastato che Damian chiamasse il suo amico per vederlo riapparire tra il folto della boscaglia. Contento e sorpreso, Kwibi ha persino presentato all’inatteso ospite la sua nuova famiglia, i figli, le compagne. Prima di separarsi, ha salutato il vecchio amico con un lungo e profondo abbraccio. La storia tra Kwibi e Damian ricorda molto quella del leone Christian e di John Rendall, che qualche anno fa entusiasmò per le immagini del loro incontro avvenuto 35 anni dopo la reintroduzione di Christian nella sua terra natale, in Africa. Al leone è bastato un solo istante per correre incontro all’amico.

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