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Alla riscoperta del Male Minore. Collaborazionisti, tradimenti patriottici

by Lettere21

Un saggio del filosofo israeliano Avishai Margalit dedicato al «tradimento» si sofferma sul dilemma morale del collaborazionismo, cioè l’appoggio dato da governi dei paesi occupati alla Germania di Hitler durante la Seconda guerra mondiale. Un dilemma costringe a riflettere sulla vera natura del patriottismo perché molto spesso gli Stati collaborazionisti sono riusciti a proteggere i loro popoli e a impedire che le deportazioni degli ebrei nei campi di sterminio raggiungessero i picchi visti nei territori sottoposti al diretto controllo del Terzo Reich. Ma Margalit manca completamente di considerare il caso dell’Italia. Eppure benché sia stata sul confine fra «alleato occupato» e «Stato collaborazionista», la Repubblica Sociale rientra perfettamente nelle categorie individuate dal filosofo…

Il saggio del filosofo israeliano Avishai Margalit «Sul tradimento», si interroga sulle varie forme di voltafaccia (da quello tra le persone, a quello verso la patria, verso Dio, verso la propria classe e così via). Un libro importante e complesso del quale qui ci si occupa solo per un aspetto, trattato in uno specifico capitolo: quello concernente una particolare forma di tradimento, il collaborazionismo, vale a dire «il tradimento durante una occupazione militare», da parte degli occupati. Da qui si proverà poi di sviluppare alcune considerazioni su un tema che ci riguarda direttamente, e di cui l’autore non si occupa: vale a dire le vicende di casa nostra dopo l’8 settembre, con l’Italia divisa in due, due Stati (il Regno al sud e a nord la Repubblica Sociale Italiana) con due occupazioni diverse: esplicita al sud, implicita al nord.

«La modalità di collaborazionismo al centro di questo capitolo, scrive l’autore, è il tradimento patriottico, il tradimento motivato da ragioni patriottiche (inconfondibili per quanto fuorvianti). L’esempio del maresciallo Pétain domina scena». Quindi è la Francia di Vichy al centro della riflessione di Margalit. Nel giugno del 1940, l’alternativa di fronte alla quale si trovò Philippe Pétain (1856-1951) firmando l’armistizio con la Germania, era chiara: una devastante occupazione totale del Paese (la sua «polonizzazione», come si suol dire, facendo riferimento alla sorte della Polonia occupata in modo brutale dai nazisti nel 1939) o la sua divisione, con un quinto amministrato direttamente dai tedeschi e quattro quinti (la repubblica di Vichy) sotto un’amministrazione francese, disposta però a collaborare con il vincitore. La diventato capo del governo succedendo a Paul Reynaud il 16 giugno 1940, e sul suo patriottismo nessuno in Francia avrebbe potuto avere dubbi. Eppure, osserva Margalit, da un punto di vista più generale, la scelta di Pétain era in contrasto con la tradizione di libertà, eguaglianza e fraternità che era entrata nel DNA del paese dalla Rivoluzione francese in poi. Era un rinnegamento della storia francese di lunga durata (per dirla alla Braudel), ma non del sentire popolare del tempo, che avvertiva invece De Gaulle e la sua battaglia per una «Francia libera» come qualcosa di lontano ed estraneo. Solo nei mesi che precedettero la liberazione (estate 1944) questo sentire comune cominciò a cambiare e la bilancia si spostò dalla parte di De Gaulle.

Certo, non doversi occupare dei quattro quinti della Francia rappresentava un vantaggio per i tedeschi, che potevano avvalersi di un’amministrazione efficiente e collaborativa come quella francese, ma rappresentava anche un indubbio vantaggio per i francesi che potevano continuare nella loro vita quotidiana senza eccessivi cambiamenti, con un nemico divenuto «alleato» che chiedeva in cambio ordine, produzione inalterata e collaborazione nella individuazione degli ebrei e nel loro rastrellamento per trasferirli in Germania. Un compito vergognoso, quest’ultimo, svolto con zelo dalla polizia francese, che non veniva però percepito come odioso dalla maggior parte della popolazione (che nella quasi totalità ignorava quale sarebbe stata la sorte dei deportati), che aveva una tradizione di antisemitismo fortemente radicata nella storia nazionale. E tuttavia, osserva il filosofo ebreo, «il destino degli ebrei nei paesi collaborazionisti fu molto migliore di quello riservato loro nei paesi non collaborazionisti. Nei luoghi in cui la popolazione scelse il collaborazionismo (anche se la scelta, va notato, non fu certo fatta per referendum) anziché la polonizzazione, sopravvisse una percentuale più alta di ebrei». Da questo particolare punto di vista, l’elenco è lungo e merita riflessione. Scrive Margalit: «In Francia, dei 350 mila ebrei presenti sul territorio prima della guerra, solo [corsivo nostro NdA] 77 mila furono uccisi, mentre nell’eroica Jugoslavia ne morirono 60 mila su 78 mila. Nel Belgio collaborazionista il rapporto fu di 29 mila assassinati su 66 mila ebrei belgi presenti prima della guerra, mentre nella vicina Olanda, governata direttamente dai tedeschi, vennero massacrati 100 mila dei 140 mila ebrei olandesi». Naturalmente si tratta di una eterogenesi dei fini, perché nessun collaborazionista (almeno nei casi citati, anche se forse in Italia, come vedremo, il caso è diverso) si propose questo risultato, ma, osserva il filosofo, «sembra che all’atto pratico per gli ebrei il collaborazionismo sia stata una scelta migliore della polonizzazione». E naturalmente lo stesso discorso vale per la popolazione in generale del paese collaborazionista.

In conclusione, portando fino in fondo le argomentazioni in favore del collaborazionismo (ne svilupperà poi altre di segno contrario, ma non sul piano della vita della popolazione, quanto, come si è detto, su quello etico-storico), Margalit afferma che «il collaborazionismo come graduale normalizzazione è il meglio che si possa fare in alcune circostanze nefaste. Coloro che detengono il potere e che scelgono di accettare l’accordo non dovrebbero essere considerati dei traditori, ma dei patrioti, che hanno il coraggio di scegliere il male minore in una situazione di estrema difficoltà». Chi si ricorda del poliziotto francese nel celebre film «Casablanca», appunto durante il regime di Vichy, capirà facilmente di che cosa si parla. Fin qui Margalit, che nel suo saggio non dedica una riga al Fascismo (se non per definire Mussolini un «ciarlatano guerrafondaio») e in particolare alla Repubblica Sociale Italiana, che pure avrebbe potuto offrire ampia materia di riflessione sul tema, anche se, come vedremo, nel suo caso non si può parlare di collaborazionismo in senso stretto, pur se il termine è stato spesso usato a questo proposito.

Paolo Mieli sul «Corriere della Sera» del 1° novembre 2017 ha scritto una recensione del saggio di Margalit incentrata proprio sul capitolo dedicato al collaborazionismo. Mieli ha riportato senza osservazioni critiche le analisi dello storico e in particolare quelle relative alla sorte migliore che ebbero gli ebrei che si trovarono a vivere in un Paese collaborazionista. Sarebbe stato lecito aspettarsi, anche e soprattutto perché Margalit non cita il caso dell’Italia, che Mieli cogliesse l’occasione per riportare e aggiungere i dati delle deportazioni razziali in Italia, perché sono cifre significative che apportano un  tassello essenziale a favore delle tesi di Margalit, ma anche al dibattito sulla natura e sul ruolo della Repubblica Sociale Italiana. Sotto la sua giurisdizione, infatti, avvenne praticamente la totalità delle deportazioni di ebrei dall’Italia, anche se Roma, dove nell’ottobre del 1943 avvenne il famoso rastrellamento del Ghetto, con la deportazione di oltre mille ebrei verso Auschwitz, si trovava di fatto sotto la diretta occupazione germanica. Le cifre delle deportazioni dall’Italia oscillano, ma all’incirca si tratta di settemila deportati su 45 mila ebrei presenti nel Paese (molti erano provenienti da paesi stranieri occupati, rifugiati in Italia perché ritenuta fino ad allora più sicura). Una cifra tragica, ma comunque la percentuale più bassa in assoluto, tra i paesi più o meno occupati e più o meno collaborazionisti. Una cifra sulla quale vale la pena di riflettere per riprendere, sia pure brevemente, l’analisi sul ruolo svolto dalla RSI durante i suoi 600 giorni di vita: stampella dei tedeschi o scudo per la popolazione italiana (ebrei compresi)?

Per provare a ragionare su questo tema occorre anzitutto sgombrare il campo da alcuni equivoci. Non è il caso di entrare nel dibattito sull’illegittimità del cambio di governo del 25 luglio del 1943, con la destituzione di Mussolini (una tesi argomentata più volte su un piano giuridico da Elio Lodolini) e la nomina di Badoglio. I 45 giorni che precedono l’8 settembre furono giorni di attesa da parte dei tedeschi e di confuse trattative del nuovo governo con gli Alleati fino alla resa e all’armistizio, con la divisione del Paese tra due occupazioni e il trasferimento di Badoglio e della Corona al Sud, alla testa di un governo che aveva perso molti pezzi per strada, inviso agli stessi Alleati e alle forze antifasciste. Con la firma dell’armistizio tutto cambia e i tedeschi puntano sulla liberazione di Mussolini per creare uno Stato alleato in grado di controllare il centro-nord e sostenere lo sforzo militare della Germania. C’è un elemento sentimentale nella decisione di Hitler di rimettere il Duce a capo del nuovo governo (la sua affezione nei confronti del vecchio maestro non viene mai meno); c’è un elemento pratico, legato alla convinzione che una riedizione del regime, purgato dalla presenza della monarchia, sarà bene accetto dalla popolazione e dalle strutture produttive e amministrative, dove l’antifascismo è ancora largamente minoritario; e c’è un elemento palingenetico, di «rinascita», legato alla volontà di ripristinare l’ordine travolto «proditoriamente» dal colpo di mano monarchico-militare e creare le premesse per realizzare quei propositi di vendetta che accomunano sia tedeschi che molti esponenti della vecchia guardia fascista.

Ma la Repubblica Sociale, che nasce formalmente il 27 settembre del 1943, nonostante le mille interferenze tedesche, non è uno Stato fantoccio. Anche il Tribunale Supremo Militare italiano, dopo la fine della guerra la riconoscerà come «governo di fatto», i cui provvedimenti, tranne quelli da cassare per motivi politici, conservavano forza di legge. E non è uno Stato collaborazionista, questo va ribadito e sottolineato, perché questa connotazione caratterizza gli Stati vinti che accettano di collaborare con il nemico. Ma la RSI non è uno Stato vinto, quanto piuttosto uno Stato che intende porsi in continuità sostanziale con lo Stato pre-25 luglio, emendato dalla componente monarchica che, ai suoi occhi, ha tradito il patto istituzionale e il vincolo stretto da una guerra dichiarata con il consenso della diarchia che governava nel 1940 l’Italia (Fascismo e Corona). La RSI si presenta come una sorta di Giano bifronte. Da una parte vi è il momento politico-militare, dove non vi è vera sovranità; ma un braccio di ferro prolungato, e per lo più perdente, con i tedeschi, e dove gli spazi di sovranità rappresentano l’eccezione. Dall’altra vi è un momento amministrativo-gestionale, dove la sovranità è reale e continuativa e le interferenze sono, al contrario, occasionali. Ma in effetti, scandagliata analiticamente, la Repubblica è una realtà ancora più complessa e dalle molte facce. Vi sono le nuove milizie politicizzate, che si occupano del «lavoro sporco», spesso insieme ai tedeschi, contro le opposizioni e le organizzazioni della resistenza (in realtà, tranne in alcune zone, piuttosto evanescenti e confinate per lo più in montagna, fino alla vigilia della liberazione). Accanto le nuove Forze armate, sempre alla ricerca di una rinascita che, tranne per poche unità, non avverrà mai, confinandole in un ruolo prevalentemente nominale. Quindi, il nuovo Partito fascista repubblicano, che dal congresso di Verona in poi (novembre 1943) ritiene arrivato il momento di acquisire quegli spazi che fino ad allora gli erano stati negati.

Ma, ancora più forte di queste componenti, vi è la macchina statale, che continua a funzionare, al Nord molto meglio che al Sud, prescindendo dalla valutazione dell’evolversi delle vicende politiche, seguendo un percorso tracciato dalla necessaria prosecuzione di quanto è stato fatto in precedenza. Si tratta di uno degli aspetti dei meccanismi di continuità che regolano la vita degli apparati, già analizzato da Weber nelle sue pagine esemplari dedicate alla burocrazia nell’età contemporanea, descritta come una macchina impersonale che procede per una dinamica interna, legata alla specificità del suo funzionamento, al servizio dello Stato esistente, prescindendo largamente da una valutazione sulle trasformazioni politiche del mondo circostante. Questa tendenza intrinseca della macchina statale, che consente alla RSI di gestire ordinatamente agricoltura, finanze, trasporti, produzione industriale, ordine pubblico e così via, garantendo una vita per quanto possibile normale alla popolazione, è la grande forza del nuovo Stato, che vive la guerra sulla propria pelle, fino alla vigilia della liberazione, quasi soltanto per i bombardamenti alleati. È la forza che consente alla Repubblica di Salò, in 600 giorni di vita, di varare una ricca produzione legislativa, spesso con elementi innovativi destinati a restare in vigore anche dopo la liberazione. La burocrazia continua il suo lavoro per spirito di servizio, come spiega Luigi Bolla, un alto funzionario del ministero degli Esteri, trasferitosi al Nord pur essendo di fede monarchica. «L’intera burocrazia – scrive – procedeva in tal senso nel suo cammino di sempre, senza bisogno di particolari intese e senza pensare a una posizione di doppio gioco, anche se era necessario guardarsi dai nuovi capi provenienti dal partito, dalle spie e da qualche illuso o fanatico, casi piuttosto rari tra i funzionari».

E in questa complessa, e per lo più efficiente, opera di ordinaria amministrazione si inseriscono i nuovi provvedimenti nel campo della politica razziale. La Carta di Verona del 14 novembre 1943 aveva dichiarato che «gli appartenenti alla razza ebraica sono stranieri. Durante questa guerra appartengono a nazionalità nemica». I nuovi provvedimenti prevedevano (ordinanza del ministero dell’Interno del 30 novembre 1943) l’invio degli ebrei in campi di concentramento e il sequestro dei loro beni, a cura del ministero delle Finanze (decreti del gennaio 1944), le cui liste venivano pubblicate su un supplemento speciale della Gazzetta Ufficiale. Ottomila decreti di confisca, se si considerano quelli approvati a partire dal 1939, e circa settemila internati, destinati ai lager, come si è già avuto modo di ricordare. Sono dati che suscitano comunque orrore e vergogna, ma che non devono farci dimenticare quanto sopra affermato, ovverosia che si tratta della percentuale più bassa di deportati tra i paesi occupati dai tedeschi. E l’Italia, benché alleata, sul fronte della politica razziale, pur con i vantaggi e i limiti derivanti proprio dal suo particolare rapporto con la Germania, e che ridussero a circa un sesto della popolazione ebraica il numero dei deportati, era tuttavia, di fatto, per molti aspetti e in gran parte, anche occupata. Si rivelò quindi largamente fallimentare la politica ebraica intrapresa dal ministro dell’Interno, Buffarini Guidi, il quale si preoccupò, come si è detto, su precisa richiesta tedesca, di organizzare rastrellamenti, requisizioni e campi di raccolta, anche con l’intento, più o meno confessato e partecipato con una parte dei ministri e a cominciare dallo stesso Mussolini, di tenere gli ebrei arrestati in mano italiana [in quanto «stranieri» e, per la durata della guerra, «di nazionalità nemica» erano sottoposti alle leggi internazionali e di guerra e dunque soggetti di diritto, non sottoponibili de iure a deportazione fuori dal territorio nazionale e certamente non allo sterminio NdR] ma che ebbe nella maggior parte dei casi come unico risultato di facilitare la loro deportazione in Germania.

Ma in primo piano, nei 600 giorni di Salò, vi è certamente Mussolini, simbolo, spesso riluttante, del nuovo Stato e consapevole dei limiti del suo ruolo come pure della sua necessità. Al sottosegretario agli Esteri, Serafino Mazzolini, che lo invitava a consolidare il governo e a ridurre le interferenze tedesche, il Duce dichiarava «che non si considerava su di un piano storico, né su di un piano politico, ma su un modesto piano amministrativo». Né poteva essere altrimenti, aveva aggiunto, «fino a che i tedeschi interferivano nella vita del Paese, disponevano di polizie e contro polizie, al cui servizio non soltanto tedeschi, ma anche italiani – o sedicenti tali – erano adibiti». Mussolini, tranne in rari momenti di esaltazione, non ha illusioni, ma una sola convinzione positiva lo sostiene, come confida ad alcuni dei più intimi collaboratori: che l’esistenza della RSI sotto la sua guida abbia risparmiato rappresaglie e lutti più gravi all’Italia da parte dei tedeschi, abbia creato una sorta di cuscinetto tra la popolazione e l’occupante (anche se formalmente alleato), in mancanza del quale al nostro Paese avrebbe potuto essere riservata la stessa sorte della Polonia e simili. È una tesi, ripresa dallo stesso Renzo De Felice, in particolare negli ultimi anni di lavoro alla sua biografia di Mussolini. Una tesi che, alla luce dei dati emersi dalle recenti ricerche sulla immensa documentazione prodotta dalla Repubblica di Salò nei 600 giorni di vita (a cominciare dai verbali del suo Consiglio dei ministri e dai provvedimenti che vi vennero adottati), non può che essere condivisa, con buona pace di quanti per anni hanno voluto vedere nella RSI soltanto lo strumento repressivo utilizzato dalla Germania sul fronte italiano. Certo le repressioni ci furono; la guerra civile divise e insanguinò l’Italia. Tragicamente il patriottismo si trovò diviso sui due fronti con motivazioni spesso uguali. Se il giovane tenente aviatore della RSI Vittorio Satta, immolatosi il 25 maggio del 1944 nella difesa di Parma dai bombardamenti alleati, poteva confidare al suo diario di essere disposto ad «arrivare fino all’ultimo sacrificio di se stesso pur di riabilitare agli occhi del mondo l’onore del popolo italiano», altrettanto sinceramente l’allievo ufficiale dei bersaglieri, Dario Sibilia, caduto nel dicembre del 1943 nella battaglia di Montelungo nelle file dell’esercito del Regno, aveva potuto scrivere su un foglio trovato nelle sue tasche «voglio combattere, voglio dare anch’io il mio modesto contributo alla patria ridotta ormai in sì pietose condizioni». E gli esempi potrebbero continuare. Sono parole che potrebbero costituire l’epigrafe della guerra civile, del dramma che ha insanguinato il nostro Paese e che, al di là delle diverse ragioni delle parti in lotta, che la Storia poi ha ampiamente analizzato, senza mai, però, che si arrivasse a una ricostruzione condivisa tra le diverse posizioni storiografiche, può ormai suscitare solo pietà, dolore e rispetto.

Detto questo, resta, prevalente, il problema di fondo posto da Margalit nel suo saggio. «Coloro che detengono il potere, scrive in una citazione già riportata, e che scelgono di accettare l’accordo non dovrebbero essere considerati dei traditori, ma dei patrioti, che hanno il coraggio di scegliere il male minore in una situazione di estrema difficoltà». E ancora: «il destino degli ebrei nei paesi collaborazionisti fu molto migliore di quello riservato loro nei paesi non collaborazionisti». È quanto si è verificato anche nel caso della RSI, che collaborazionista non fu, bensì alleata, sia pure certo non alla pari. L’esistenza di uno Stato-cuscinetto, secondo la definizione di Mussolini, consentì di limitare alla percentuale più bassa in assoluto il numero delle deportazioni degli ebrei nei campi di sterminio tedeschi, e consentì di mantenere un tessuto connettivo, amministrativo-gestionale, che garantì una vita sopportabile alla grande maggioranza della popolazione e permise, al termine del conflitto, di procedere sulla strada del ritorno alla normalità con tempi più brevi e traumi minori di quanto la durezza della guerra civile non avrebbe potuto far prevedere. Sono fatti, sui quali merita ancora riflettere.

Alleati-occupati, governi-fantoccio e Stati-satellite

1 – L’Europa collaborazionista col Terzo Reich di Hitler

Lo Stato slovacco indipendente fu il primo regime satellite della Germania. Creato nel 1939 dalla dissoluzione della Cecoslovacchia, fu governato dal sacerdote cattolico Josef Tiso e rimase autonomo fino all’occupazione tedesca nell’agosto 1944.

Il 1° febbraio 1942 Vidkun Quisling fu posto dai tedeschi a capo di un governo collaborazionista in Norvegia che ottenne da Hitler la promessa di restituire l’indipendenza al paese. In inglese «quisling» è divenuto sinonimo di «collaborazionista» e «traditore».

Il governo francese uscito dalla disfatta del maggio-giugno 1940 rimase semiindipendente fino al novembre 1942. Da allora all’entrata degli Alleati a Parigi nel 1944 fu ridotto a uno Statofantoccio e infine a un’ombra di governo in esilio, sotto la protezione del III Reich.

Lo Stato Indipendente di Croazia venne creato dopo lo smembramento della Jugoslavia il 10 aprile 1941 da Italia e Germania. Formalmente ne era sovrano Aimone di Savoia, ma il suo dittatore Ante Pavelic si appoggiò sempre ai tedeschi annullando l’influenza italiana.

Nel 1941 la Serbia, territorialmente ridotta ai confini del 1912, venne affidata dai tedeschi a un governo civile retto dal generale Milan Nedić. I tentativi di Nedić di guadagnare margini di autonomia unendosi alla «crociata antibolscevica» risultarono sempre vani.

Nel 1944 i tedeschi consentono ai cosacchi di Pëtr Krasnov, generale «bianco» in esilio dal 1920, di migrare in Friuli per costituire uno Statocuscinetto. Alla fine della guerra si diedero prigionieri agli inglesi, che però li consegnarono a Stalin.

2 – La Grande Asia Orientale del Giappone e i governi creati da anglofrancesi e sovietici

Nel 1932 i giapponesi ritagliarono nel nord della Cina uno Stato-fantoccio affidandone il trono a Pu Yi, l’ultimo imperatore cinese. Fu il primo dei molti satelliti che il Sol Levante cercò di creare in Asia, ufficialmente per affrancare il continente dal colonialismo dei bianchi.

Il «Governo Nazionale della Cina Riorganizzato» fu creato dai giapponesi a Nanchino nel 1940 mettendo un oppositore di Chiang Kai-Shek, Wang Jingwei, a capo sia dei territori occupati in Cina che del Mengjiang, un altro Stato-fantoccio, proclamato nel 1936.

Con l’invasione giapponese delle colonie britanniche in Asia venne costituito un governo indiano in esilio filo-Asse e indipendentista, sotto la guida di Subhas Chandra Bose. Oggi l’India considera Bose e i suoi uomini patrioti ed eroi nazionali.

Il governo cecoslovacco in esilio si formò nell’ottobre 1939 a Parigi attorno all’ex presidente cecoslovacco Edvard Beneš sotto l’egida anglofrancese. Nel 1942 fu riconosciuto dagli Alleati come legittimo Stato e nel 1943 anche dai sovietici, che ottennero dei posti nel governo.

Il 27 marzo 1941 un gruppo di militari serbi orchestrò un golpe a Belgrado, insediando sul trono il giovane Pietro II a capo di un governo-fantoccio filo-inglese. Dieci giorni dopo l’Asse distruggeva la Jugoslavia. Il governo di Pietro fuggì quindi in esilio a Londra.

Prima delle «democrazie popolari» create da Stalin per espandere il dominio sovietico, vivacchiò durante la Guerra russo-finlandese, dal dicembre 1939 al marzo 1940. Dopo la Seconda guerra mondiale le democrazie popolari furono ben più durature…

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