Perché i tifosi non possono essere obiettivi

Entriamo nella loro mente: allo stadio si accentuano alcune tendenze come dividere il mondo in due (noi e gli altri), sottovalutare le nostre responsabilità esagerando quelle altrui, attribuire cattive intenzioni all’arbitro. E vedere solo ciò che desideriamo vedere

Il 28 febbraio 2017 Juventus e Napoli si affrontano nella semifinale d’andata della Tim Cup 2016-2017. La gara termina con il punteggio di 3-1 a favore della Juventus, ma il risultato è controverso. Dirigenza e tifosi del Napoli contestano i due rigori concessi alla squadra avversaria, accusando l’arbitro di aver favorito i rivali. Dal canto loro, i tifosi della Juventus protestano la legittimità delle decisioni arbitrali, invitando gli avversari a essere più sportivi. Anche a distanza di giorni, le due tifoserie, poste di fronte alle immagini ripetute della moviola, ribadiscono le loro convinzioni. La percezione di un evento non dovrebbe essere la medesima per entrambi i gruppi? Quale spiegazione è possibile dare di un fenomeno così curioso?

Che cosa dice la scienza

«Nell’uomo è spontanea la tendenza a distinguere il proprio gruppo di appartenenza dagli altri», spiega lo psicologo inglese Henri Tajfel, ideatore della teoria dell’identità sociale. «Quando ciò avviene, si tende a creare un giudizio positivo a favore del proprio gruppo e negativo a proposito degli altri».

La competizione, inoltre, accentua i modi di pensare comparativi e a formare categorie del tipo “noi” contro “loro”. Vale anche per i supporter calcistici: il tifo contribuisce a creare una forte identità di gruppo che nei tifosi più “caldi” suscita profonde emozioni ed è causa di numerose distorsioni psicologiche che hanno conseguenze importanti nella percezione della realtà. Queste conseguenze sono state esplorate per la prima volta nel 1954 in uno studio degli psicologi americani Albert Hastorf e Hadley Cantril, professori a Dartmouth e a Princeton. I due esaminarono gli esiti di un incontro di football tra le squadre dei Dartmouth Indians e dei Princeton Tigers avvenuto nell’ultima giornata del campionato del 1951. La partita fu vinta da Princeton, la squadra che aveva vinto tutte le gare precedenti e che conquistò anche il campionato. Si trattò di una partita combattuta in cui furono fischiati molti falli.

La stella dei Princeton dovette abbandonare il campo nel secondo quarto di gioco a causa di un naso rotto.

Nel terzo quarto, anche un giocatore dei Dartmouth dovette gettare la spugna a causa di un serio infortunio alla gamba. Al termine dell’incontro, tifosi e giornali delle due squadre si scatenarono, accusandosi reciprocamente di scorrettezze e irregolarità.

Una settimana dopo l’incontro, Hastorf e Cantril mostrarono il filmato dell’incontro ad alcuni gruppi di studenti di Dartmouth e Princeton, chiedendo loro di registrare il numero di infrazioni a cui avevano assistito e di valutarle “blande” o “gravi”.

In reazione alla visione del filmato, gli studenti di Princeton “videro” i giocatori di Dartmouth compiere più del doppio di infrazioni di quelli di Dartmouth. Commentando i risultati dell’indagine, Hastorf e Cantril conclusero che una partita è un evento che viene riempito di significati dall’insieme di appartenenze, fedeltà, aspettative e credenze che ogni spettatore detiene. Non esistono due partite uguali. Ogni partita è un evento complesso che viene interpretato da ogni spettatore. I tifosi di squadre avversarie semplicemente vedono due partite diverse.

Desiderare è vedere

Una spiegazione di questo fenomeno è che la percezione dei tifosi è condizionata da quella che in psicologia si chiama wishful seeing: in pratica i tifosi “vedono” ciò che desiderano e si aspettano di vedere. Numerose indagini provano l’esistenza del wishful seeing. Nel 1947 Jerome Bruner e Cecile Goodman scoprirono che mostrando a dei bambini una moneta e una rondella di cartone della stessa identica misura, bambini di famiglie povere percepivano le monete come più grandi rispetto ai bambini di famiglie abbienti. Un altro studio ha rivelato che le colline ci appaiono più ripide di quanto siano in realtà e che questa tendenza si esaspera quando l’osservatore è anziano, ha problemi di salute o indossa uno zaino. Alla luce di queste considerazioni, non deve sorprendere che, al cospetto di motivazioni, aspettative e desideri intensi, come quelli che provano i tifosi, questi siano sempre convinti di avere ragione nelle proprie percezioni.

Le valutazioni dei tifosi dipendono anche dalla compagnia: se gli amici condividono la stessa passione sportiva, la probabilità di vedere tutti la stessa cosa aumentano.

Lo stesso accade in politica: quando si attende l’esito di un’elezione assieme ai compagni di partito, sembra più probabile ottenere un risultato positivo o, almeno, più positivo di quanto sia lecito aspettarsi.

Alla ricerca di conferme

Altro meccanismo psicologico di cui il tifoso spesso rimane vittima è quello della “tendenza alla conferma”, la tendenza, cioè, a notare e ricercare solo le informazioni che confermano le proprie credenze e ad ignorare o sottovalutare quelle che le contraddicono.

In altre parole, le persone tendono a considerare più rigorose e persuasive le prove o le argomentazioni che meglio si conformano ai propri preconcetti rispetto alle prove che invece contrastano con le loro convinzioni.

Ciò è particolarmente evidente nel caso del tifo. Come chi pensa che incrociare un gatto nero porti sfortuna tende a ricordare solo i casi in cui avvengono episodi infausti in relazione all’incontro con un gatto nero e a dimenticare gli altri, così il tifoso di calcio tende a osservare e ricordare solo gli episodi che confermano la credenza che la squadra X “rubi”, la squadra Y sia “sfavorita” dagli arbitri, la squadra Z sia “sfortunata” e a dimenticare o trascurare gli episodi che vanno in senso contrario.

L’arbitro? “Vuole” sbagliare

Un’altra caratteristica della mente del tifoso è riassumibile in psicologia con il nome di “pregiudizio di intenzionalità”. Si tratta di un meccanismo irresistibile, comune a tutti, per cui tendiamo a pensare che ciò che accade nel mondo accade perché qualcuno ha voluto farlo accadere.

Questo pregiudizio, nel caso del tifo calcistico, ha conseguenze clamorose e talvolta addirittura drammatiche. Se un arbitro sbaglia a favore di una squadra, agli occhi dei tifosi della squadra danneggiata, è perché ha “voluto” sbagliare.

Ugualmente, se ammonisce un calciatore di una squadra che risulterà squalificato nella gara successiva, è perché “ha voluto” avvantaggiare l’altra squadra. Se un giocatore stringe la mano all’arbitro durante la partita è perché, sotto sotto, tra i due c’è un qualche accordo segreto e irripetibile e così via, secondo una prospettiva che è possibile arrivare a definire paranoica.

Non è mai colpa nostra

La psicologia ha dimostrato che il tifoso è vittima anche di quello che viene definito “errore fondamentale di attribuzione”, la tendenza, cioè, in caso di insuccesso, ad attribuire le cause del comportamento altrui alla personalità del singolo individuo o dei componenti di un gruppo, piuttosto che alle condizioni esterne e ad attribuire le cause del proprio comportamento o del proprio gruppo alle condizioni esterne piuttosto che alla personalità. Viceversa, in caso di successo.

In virtù di questo “errore”, i tifosi tendono a ritenere che le vittorie della propria squadra sono sempre meritate; viceversa, le vittorie delle squadre avversarie sono spesso frutto di fattori ambientali, quali decisioni dell’arbitro, fortuna, errori della squadra contro cui giocano, la giornata nera degli avversari. A riprova di ciò, uno studio dell’Università di Brisbane e del Queensland Brain Institute (Australia) ha dimostrato che il cervello del tifoso percepisce i movimenti dei calciatori della squadra del cuore come più efficaci rispetto a quelli dei calciatori della squadra avversaria, anche quando le azioni sono identiche.

Gli studiosi hanno sottoposto a risonanza magnetica 24 tifosi divisi in due gruppi e incaricati di giudicare l’abilità di due giocatori avversari. La risonanza ha mostrato una risposta più forte quando osservavano la prestazione del calciatore della propria squadra e nessuna alterazione quando osservavano l’avversario.

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